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Nord e sud, tra unione e divisione

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Chi vuole evitare il problema non è altro che ipocrita: tra il nord e il sud del nostro Bel Paese permane una grossa spaccatura. È vero che nel tempo le differenze si sono in parte attenuate, ma continuano ad esserci elementi che tengono viva la questione. Non è un caso che si dica che solo la Nazionale di calcio riesca in un qualche modo ad unire davvero l’Italia, che riesca a dare ai cittadini di Milano, Torino e Udine qualcosa in comune con quelli di Bari, Palermo e Napoli.

Parlando di calcio, però bisogna ammettere che se la Nazionale unisce, le squadre di club contribuiscono ad alimentare la divisione. Da sport nazional popolare, il calcio si trasforma in competizione che accentua le differenze, favorisce la separazione e spinge addirittura all’odio verso l’avversario. Certo, questa è la versione malata di quello che personalmente reputo un bellissimo sport, ma un’attenta analisi non può non considerare anche questo triste aspetto.

Lo sport, un fattore di unione

Tralasciando lo specifico settore del calcio, lo sport può essere comunque un fattore di vera unione nazionale. Pensiamo ai Giochi Olimpici o ai Mondiali: quando in campo (o in pista) vediamo una maglia azzurra, dimentichiamo di essere romani, fiorentini, cagliaritani o messinesi: diventiamo tutti solo italiani. E questo sentimento di unione che ci spinge a perdonarci gli uni con gli altri, dovrebbe essere coltivato giorno dopo giorno, anche quando le differenze sembrano superiori alle similitudini.

Tutti diversi, tutti uguali

Ma quali sono queste grandi differenze che a volte rendono la convivenza difficile? Beh, a mio parere sono le differenze che ci rendono umani. Non vorrei offendere nessuno e nemmeno spingermi a considerare quelli che sono per lo più stereotipi (al nord sono più freddi e distaccati, impegnati a fare soldi e menefreghisti, al sud sono più caldi e accoglienti, ma con concezioni e idee un po’ retrograde) quindi eviterò di farlo: sono discorsi che non mi è mai piaciuto ascoltare, figuriamoci fare in prima persona. Mi limito a considerare il fatto che sì, delle differenze ci sono. Ma sono le differenze che ci sono tra me e il mio vicino di casa, tra il medico che lavora in ospedale e il poliziotto che pattuglia le strade, tra la ragazza che vuole diventare magistrato e quella che sogna di costruire case: sono le differenze che esistono e sempre esisteranno tra esseri umani.


Una nuova prospettiva di dibattito è possibile

Quello che dovremmo iniziare a fare è un cambio di prospettiva. Negli anni, quello che ho imparato è che cambiando la propria prospettiva, ovvero il modo in cui si osservano e si interpretano le cose che ci circondano, beh in quel caso tutto cambia.

Le differenze, che fino a un minuto prima sembravano separarci, possono diventare ponti per unirci. Con un pizzico di buona volontà, possiamo arrivare a comprenderci, accettarci e addirittura trarre vantaggio dalle nostre diverse attitudini. Per questo ritengo che sia fondamentale per tutti, ma soprattutto per chi ha l’onore di servire lo Stato in qualunque modo, esercitare la competenza dell’ascolto. Prima di parlare, di affermare cose che possono rompere un equilibrio così delicato, ascoltate. Cercate di capire il punto di vista dell’altro, di vedere se può in un qualche modo combaciare con il vostro, anche solo minimamente. Solo allora, cercate di esporre la vostra opinione, tenendo bene in mente di evitare posizioni estreme.

Attenzione, non sto parlando di ipocrisia, di dire ciò che non si pensa o in cui non si crede. Al contrario, sto parlando di qualcosa di ben più sano: la ricerca di ciò che ci unisce piuttosto di quello che ci divide.

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